Ponte della Priula

alla memoria

Il cimitero di Ponte della Priula

Racchiuso da grandi mura in cemento armato, il cimitero di Ponte della Priula è il più “giovane” tra quelli presenti nel Comune di Susegana.

Dentro l’area cimiteriale svettano numerosi cipressi; tutto intorno, ordinati colombari e tombe di famiglia stringono quasi in un abbraccio le lapidi collocate a terra; al centro si innalza una grande croce e, addossata al perimetro posto a Nord, sorge una piccola cappella dove hanno trovato sepoltura i primi due parroci del paese: don Paolo Danesin (1894-1953) e don Raffaele Spagnol (1913-1992).

Nel gennaio del 2021, dopo la messa funebre celebrata nel Tempio Votivo, anche monsignor Francesco Toffoli, morto all’ospedale di Treviso, è stato tumulato nella cappella del cimitero. Era nato a Scomigo nel 1940 e ordinato sacerdote, a Fregona, nel 1965. Dal 2018 era collaboratore dell’unità pastorale di Vazzola e San Polo, dopo aver retto la Parrocchia di Ponte della Priula per ben 36 anni, dal 1982 al 2018 e aver ricoperto, per alcuni anni, anche il delicato incarico di vicario episcopale per il coordinamento delle attività pastorali (dal 2004 al 2009).

Nella cappella del cimitero, al centro del piccolo altare, un Cristo accoglie il visitatore con le braccia aperte. Affiancate, due formelle dipinte, realizzate dall’artista Elio Poloni, raffigurano l’Annunciazione.

Arrivato il 28 agosto 1932 dalla vicina Spresiano, don Paolo Danesin, si è era insediato in una parrocchia che aveva come chiesa una vecchia baracca destinata ai profughi della Grande Guerra, sulla quale era stata innalzata una croce. Accolto, al suo arrivo nella nuova parrocchia, dall’arciprete di Susegana, don Domenico Piovesana, dal podestà, Carlo Vazzoler e dal conte Rambaldo Collalto, Don Paolo Danesin lasciò una traccia profonda nella comunità cristiana locale. È stato parroco di Ponte della Priula fino all’improvvisa morte, che lo ha colto, a soli 58 anni, nel gennaio del 1953. A sostituirlo, don Raffaele Spagnol, che avrebbe portato a termine un’opera cui don Danesin aveva dato inizio: il Tempio Votivo alla Fraternità Europea, inaugurato nel giugno del 1961. Sono risuonati allora i primi rintocchi della Campana “Ave Plavis”, così nominata per celebrare i “Ragazzi del ‘99”, i più giovani a combattere nella prima guerra mondiale, ricordati proprio nel Tempio Votivo.

Sopra il portale, da cui si accede al camposanto di Cimadolmo, campeggia una scritta: “Questa soglia divide due mondi, la pietà li unisce”.

Scostata di poco dal monumentale ingresso, una lapide ricorda i caduti delle due guerre mondiali del Novecento. Sono svariate decine di nomi e cognomi, impressi nel marmo in ordine alfabetico, un elenco lungo e sproporzionato rispetto alla popolazione di questo piccolo paese.

Una breve dedica indica a modello quelle giovani vite sacrificate: “Cimadolmo memore, i suoi figli migliori assunti alla gloria, ai posteri addita per esempio, riconoscenza e preghiera”. Si tratta dell’unico monumento dedicato ai caduti delle due guerre mondiali del Novecento, fino all’inaugurazione del “Cippo del ricordo”, nell’autunno del 2017.

Appena dentro il cimitero, nella tomba di famiglia, è sepolta la giovane Cristina Pavesi, studentessa universitaria coneglianese, di 22 anni, uccisa da un’esplosione il 13 dicembre del 1990, nel corso di una rapina a un treno che viaggiava in direzione opposta al Bologna-Venezia sul quale si trovava la giovane. La sua famiglia era arrivata a Cimadolmo dalla Lombardia: il cavalier Luigi Pavesi (1854-1926), geometra capo del Genio Civile e Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia, doveva attendere alle opere di bonifica.

A Cristina Pavesi, la città di Conegliano ha intitolato il Centro Informazioni del Progetto Giovani.

Davanti al cimitero un piccolo parco invita alla rimembranza dei tanti morti e delle enormi distruzioni che hanno interessato Cimadolmo durante la prima guerra mondiale.

La cerimonia di inaugurazione del Parco della Rimembranza venne organizzata nel 1924 da Alessandro Vecelli, squadrista della prima ora, promotore di tanti eventi patriottici e appassionato musicista, che, nell’occasione, scrisse alcuni brani in linea con la prosopopea fascista dell’epoca, poi eseguiti dalla Banda Musicale del 55° Fanteria.

Alessandro Vecelli ottenne un momento di grande notorietà nel luglio del 1929, quando, in Vaticano, venne suonata la composizione “Il canto della Conciliazione”, in omaggio ai Patti Lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio dello stesso anno.

Dentro le mura regnano il silenzio e un senso di mestizia che l’ordine assoluto con cui sono organizzate tombe e colombari riesce appena a mitigare.

Di fronte all’ingresso, nella monumentale tomba della famiglia Barbares, trova sepoltura don Ferruccio Piran (1876-1960), parroco di Cimadolmo dal 1927 all’anno della sua morte.

Le spoglie di Don Danesin, sono state inizialmente tumulate in un loculo del cimitero di Susegana, messo a disposizione dal Comune, in attesa del completamento dei lavori di costruzione del cimitero di Ponte della Priula, dove poi furono trasferite.

Principale collaboratore di don Paolo Danesin, di don Raffaele Spagnol e, successivamente, anche di don Francesco Toffoli, è stato il sacrista Antonio Dassie, soprannominato Toni campanèr.

Persona semplice e schietta, elegante e composta durante le celebrazioni, discreta e cordiale nella vita di tutti i giorni, simpatica e pronta alla battuta gioviale con chiunque, Antonio Dassie è stato il decano dei sacristi della Diocesi di Vittorio Veneto. È venuto a mancare nel 2017, alla soglia dei novant’anni. Ha servito la parrocchia per oltre settant’anni, diventando punto di riferimento quotidiano anche per la gente che incontrava mentre, da postino, consegnava lettere e cartoline per le case del paese. Aveva iniziato la sua attività in parrocchia che era ancora un ragazzo e l’ha abbandonata solo quando le forze non gli hanno più permesso di servire la sua chiesa.

Toni campanèr è stato anche presidente dei sacristi della Diocesi e il suo rito di commiato è stato officiato del Vescovo mons. Corrado Pizziolo.

Il cimitero di Ponte della Priula è stato ampliato verso Est sul finire degli anni Ottanta. È stata costruita una serie di colombari e tombe di famiglia sia in cappella che in sepolcri a terra, inframezzati da tratti di siepe e ampi viali inghiaiati.

Tra le tante tombe, presenti nel cimitero di Ponte della Priula, spiccano i cognomi delle famiglie più conosciute, l’imprenditore, l’impresario, il medico, il sindaco… C’è traccia anche di chi ha condotto una vita non certo facile, come Felice Menegon, nato nel 1900 e morto a soli 68 anni, conosciuto col soprannome di Cice Can.

Felice era una persona esile e un po’ trasandata, che di mestiere faceva lo straccivendolo, andando di paese in paese, di borgata in borgata e perfino nelle più sperdute case di campagna col suo carretto trainato da una vecchia asina. Comprava un po’ di tutto: schegge di bomba e bossoli raccolti nei campi, vecchie lamiere arrugginite, stracci e vestiti usati, pelli di coniglio e qualsiasi altra cosa che potesse essere riciclata. Era come la manna dal cielo per i ragazzi che accumulavano materiali di ogni tipo in attesa di Cice Can e soprattutto delle sue monete sonanti, per andarle poi a spendere nelle bancarelle e nelle giostre, alla sagra del paese.

Dentro la chiesetta del cimitero, una targa in legno riporta una semplice poesia, che saggiamente ricorda il destino di tutti: “Un dì pur io vagavo, questo è vero, / sui viali di questo cimitero. / Or rinchiuso sono in questo avello, / non piango, non respiro, non favello / e fra un folto stuolo di defunti, / attendo, con pazienza, i miei congiunti”.

Tra le tante tombe, presenti nel cimitero di Ponte della Priula, spiccano i cognomi delle famiglie più conosciute, l’imprenditore, l’impresario, il medico, il sindaco… C’è traccia anche di chi ha condotto una vita non certo facile, come Felice Menegon, nato nel 1900 e morto a soli 68 anni, conosciuto col soprannome di Cice Can.
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